Area Grandi Pedagogisti  

 


Cogliere gli aspetti più innovativi dei grandi pedagogisti attraverso le loro frasi.

 
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Howard Gardner
 (Scranton11 luglio 1943) Psicologo e docente 
statunitense


L'intelligenza emotiva è un aspetto dell'intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni.
L’intelligenza è la capacità di comprendere il mondo in cui viviamo e di risolvere i problemi ambientali, socialI e culturali che ci vengono posti in ogni momento della nostra esistenza.
All’inizio del ‘900, era diffusa in Occidente la teoria dello studioso Charles Spearman che battezzò l’intelligenza con il termine Fattore G, identificabile con una capacità comune e misurabile in tutti gli individui.

Più tardi, lo studioso Howard Gardner, con la pubblicazione del suo libro Formae mentis1, introdusse al mondo scientifico ed accademico la teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale non esiste una facoltà comune di intelligenza, bensì diverse forme di essa, ognuna indipendente dalle altre.
Con la sua opera Gardner non mise in discussione soltanto la vecchia teoria di intelligenza, bensì anche i test standardizzati che sulla stessa si fondavano.
Le parole dell’autore stanno a sottolineare come i test, sino ad allora utilizzati in Occidente (Stati Uniti e paesi sviluppati dell’Europa) per misurare e diagnosticare l’intelligenza di studenti e candidati, in occasione delle selezioni scolastiche o lavorative, andassero a considerare soltanto due tipi di intelligenza: quella linguistica e quella logico-matematica.Accanto ad esse, Gardner ne pone altre 5 che sono le seguenti:

  • l’intelligenza spaziale;

  • l’intelligenza sociale;

  • l’intelligenza introspettiva;

  • l’intelligenza corporeo cinestetica;

  • l’intelligenza musicale.


Daniel Goleman (Stockton7 marzo 1946) Psicologoscrittore e giornalista statunitense

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
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Emozioni e Apprendimento

Intelligenza emotiva: da H.Gardner a D. Goleman 

 

Nella teoria di Gardner il concetto d'intelligenza si configura secondo due caratterizzazioni:
1) L’intelligenza può denotare una caratteristica specie-specifica; l’uomo sapiens fa parte delle specie che possono utilizzare "le otto intelligenze."

2) L’intelligenza può denotare anche una differenza individuale. Mentre tutti gli esseri umani posseggono tutte le otto intelligenze, ogni persona ha però la propria particolare miscela o amalgama delle intelligenze stesse.

Goleman viceversa non si sofferma a definire l'intelligenza mentre spende tantissimo riguardo la dimensione emozionale ed il suo ruolo nell'ambito dei comportamenti umani.

Egli in buona sostanza va oltre la tesi di Gardner, al quale rimprovera di essere rimasto troppo legato al modello di mente umana proprio delle scienze cognitive e di aver lasciato inesplorati due concetti: “la possibilità che l’intelligenza sia presente nelle emozioni e l’educabilità delle stesse”. In altre parole e secondo  queste emozioni vanno evitate, gestite, controllate, rielaborate.
Un approccio meramente cognitivo alle intelligenze, come quello di Gardner, "lascia inesplorato, forse non intenzionalmente , il mare di emozioni che rende la vita interiore e le relazioni umane così complesse, così irresistibili e spesso tanto sconcertanti.
E lascia ancora inesplorati due concetti: in primo luogo la possibilità che l'intelligenza sia presente nelle emozioni; e in secondo luogo, quella che vi venga portata...Abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale... Il saper controllare le proprie emozioni penose è la chiave del benessere psicologico; i sentimenti estremi - emozioni che diventano troppo intense o durano troppo a lungo - minano la nostra stabilità... L'intelligenza emotiva - ossia l'insieme delle capacità che aiutano le persone a interagire armoniosamente - dovrebbe acquistare sempre maggior valore negli anni a venire, rappresentando un vero e proprio asso nella manica di cui avvalersi sul luogo di lavoro... Anche se un Q.I. alto non è una garanzia di prosperità, prestigio o felicità, le nostre scuole e la nostra cultura si fissano sulle capacità accademiche, ignorando l'intelligenza emotiva - un insieme di tratti che qualcuno potrebbe definire carattere - immensamente importante ai fini del nostro destino personale

(D. Goleman)

Perciò in qualsiasi gioco, dal più destrutturato e spontaneo a quello più strutturato e codificato, i bambini vivranno esperienze che verranno da essi stessi percepite  e classificate come BUONE o CATTIVE, come BELLE o BRUTTE, oppure FACILI o DIFFICILI a seconda delle emozioni che sapranno suscitare il contenuto, il senso, il fine del gioco stesso. In questo senso le emozioni rivelano il loro potere energetico e la loro capacità di interpretare e valutare la realtà, determinando sia le reazioni di rifiuto delle situazioni che generano ciò che è BRUTTO/CATTIVO/DIFFICILE, cioè mortificante, sia le azioni di ricerca di quelle situazioni che generano ciò che è BELLO/BUONO/FACILE, cioè gratificante.
Sul piano del gioco, i bambini ricercano e riproducono le azioni che li hanno gratificati 
(successo) mentre sfuggono o rifiutano le situazioni di segno opposto (insuccesso); inoltre spesso con i loro comportamenti cercano d'impedire che quest’ultime vengano riproposte.
In questo senso Mc.Dougan (USA - 1987) le distingue in emozioni toniche (steniche) ed emozioni distoniche (asteniche).

Una ricerca di campo realizzata proprio nel 2006 in occasione di quello scritto di Luca di cui al nostro incipit, riassume le emozioni secondo una distinzione definita dagli stessi bambini in:

- emozioni che ti fanno stare bene:  Gioia, Amore, Felicità, Attesa, Accoglienza, Scoperta, Meraviglia, Stupore, Allegria, Sorpresa, Sicurezza, Fiducia  … queste emozioni vanno suscitate, stimolate, cercate, apprese.

- emozioni che ti fanno stare male: Rifiuto, Noia, Tristezza, Collera, Paura, Orrore, Rabbia, Vergogna, Ansia, Angoscia, Insicurezza, Sfiducia, Preoccupazione  queste emozioni vanno evitate, gestite, controllate, rielaborate.

 





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“Le avventure accadono a chi le sa raccontare.”

“La mente crea la cultura, ma la cultura crea la mente.” 

“La scuola è l'ingresso alla vita della ragione.” 

“Col tempo, mentre uno arriva a beneficiare dall'esperienza, si impara che le cose non si rivelano essere così buone come si sperava né cattive come si temeva.”

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
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 j.S. Bruner
 I bambini come esseri socialmente competenti
  

J.S. Bruner (1915), parte dall'ipotesi che sia la cultura a formare la nostra impostazione mentale, fornendoci gli strumenti necessari a organizzare e comprendere il mondo, e che quindi la mente stessa non potrebbe esistere senza una cultura di riferimento; ritiene perciò che l'apprendimento dei bambini vada concepito come culturalmente contestualizzato. I bambini si muoverebbero dunque all'interno di format (intesi come insieme di procedure comunicative che permettono al bambino e ai suoi partner scambi finalizzati e intenzionali) che andrebbero a formare contesti interattivi tali da permettere l'apprendimento. Studiando la comunicazione infantile Bruner arriva a definire i bambini come esseri socialmente competenti, in grado di stabilire precocemente relazioni, negoziazioni ed elaborazioni cognitive. Queste ultime sono facilitate dall'impiego di frame (struttura che ordina, dà significato e permette la memorizzazione di un'esperienza) che aiutano il bambino a elaborare in modo significativo e comunicabile il suo rapporto con la realtà, e ad assimilare convenzioni. L'istruzione e l'educazione non dovranno quindi essere indirizzate produrre una reale comprensione del mondo.
Questo tentativo di far convergere la struttura psicologica del soggetto che apprende con la struttura culturale in cui è inserito, delinea la proposta pedagogica di Bruner in un'ottica strutturalistica, pur distante da una visione come quella di 
Piaget.

Si è vista l'importanza che ha per Bruner nell'apprendimento 
il possesso da parte del bambino di strategie volte a organizzare il reale e/o il conosciuto. Esse non solo agevolano l'apprendimento del concetto cui sono propriamente collegate, ma permettono anche “transfer” tra ambiti diversi, consentendo al bambino non solo un apprendimento più efficace ma anche un migliore controllo dell'ambiente. Queste modalità cognitive spontanee nel bambino portano l'autore a ritenere imprescindibile nella didattica l'attenzione all'esperienza immediata degli alunni: essa viene vista come il punto di partenza ottimale su cui innestare l'intero processo di apprendimento, in modo da farlo sentire al bambino come più “vicino” a sé, rendendolo dunque più interessante e gratificante di per se stesso.

Dove si trova la conoscenza? I bambini di solito cominciano con il dare per scontato che l'insegnante possieda la conoscenza e la trasmetta alla classe. Se si creano le condizioni opportune, imparano presto che anche altri componenti della classe potrebbero possedere delle conoscenze, e che queste conoscenze possono essere condivise. (Naturalmente lo sanno fin dall'inizio, ma solo riguardo ad argomenti spiccioli.) In questa seconda fase, la conoscenza esiste nel gruppo – ma in modo inerte. È possibile allora vedere la discussione di gruppo come un modo di creare conoscenza invece che semplicemente come un modo per scoprire chi possiede quali conoscenze?C'è un ulteriore passo da compiere, che ci porta a toccare uno degli aspetti più profondi della conoscenza umana. Se nessun membro del gruppo "sa" la risposta, dove si può andare a "scovarla"? È il balzo che porta a concepire la cultura come un magazzino, come un deposito di attrezzi o qualcosa di simile. Esistono cose note a tutti gli individui (più di quante essi stessi sappiano); più cose ancora sono conosciute dal gruppo possono essere scoperte tramite una discussione all'interno del gruppo; e molte più ancora sono immagazzinate in qualche altro posto – nella "cultura", per esempio nella testa delle persone più colte, nei manuali, nei libri, nelle mappe e così via. Per definizione, praticamente nessuno in una cultura sa tutto quello che c'è da sapere su di essa. E allora cosa dobbiamo fare quando non sappiamo come andare avanti? E quali sono i problemi che incontriamo nel reperire la conoscenza che ci serve?Se sappiamo rispondere a questa domanda siamo sulla buona strada per capire cos'è una cultura. Non ci vorrà molto perché un bambino cominci a capire che la conoscenza è potere, o che è una forma di ricchezza, o che è una rete di sicurezza.

Jerome Seymour Bruner  (1915-2016))


La valutazione alternativa o autentica



 

 


 

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
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 Grant Wiggins
La valutazione è centrale – non periferica – nell'istruzione e nella formazione.
  

Nella docimologia classica la valutazione del profitto scolastico è stabilita come confronto dei risultati ottenuti dagli studenti con i risultati attesi (obiettivi), fatto in maniera empirica con il sistema dei voti... ll limite della valutazione tradizionale sta nel fatto che essa tende a valutare quello che l'alunno conosce, verificando la “riproduzione” ma non il processo del suo apprendimento, non la “costruzione” e lo “sviluppo” della conoscenza e neppure la “capacità di applicazione reale” delle conoscenze possedute.... diversamente una “valutazione alternativa” in sostituzione di quella tradizionale,  verifica non solo ciò che uno studente sa, ma ciò che “sa fare con ciò che sa”, fondata su una prestazione reale e adeguata dell'apprendimento. 
La valutazione autentica è un vero accertamento della prestazione perché da essa si capisce se gli studenti sono in grado di usare in modo intelligente ciò che hanno appreso. In sintesi si passa dalla dimensione di valutazione della conoscenza alla valutazione della comprensione. 
Si richiede, cioè, una verifica attraverso una prestazione: una prospettiva nuova e diversa. Ci sono studenti che possono riuscire molto bene in un test a scelta multipla ma che ”crollano” quando si chiede loro di dimostrare quello che sanno fare in una prestazione concreta. L'intento della “valutazione autentica” è quello di coinvolgere gli studenti in compiti che richiedono di applicare le conoscenze nelle esperienze del mondo reale. La “valutazione autentica” scoraggia le prove “carta-e-penna” sconnesse dalle attività di insegnamento e di apprendimento. Nella “valutazione autentica”, c'è un intento personale, una ragione a impegnarsi, e un ascolto vero al di là delle capacità/doti dell'insegnante». Uno degli obiettivi finali di questo tipo di valutazione è, chiaramente, l'inserimento degli studenti nella vita reale dove non devono portare cumuli di nozioni bensì competenze ed abilità definite e finalizzate. Si può conoscere molto bene il funzionamento di una macchina, ma poi si può non saperla guidare nel traffico della città. Questo indica come la valutazione di concetti e di fatti isolati non dimostri le reali capacità di ragionamento, di creatività e di soluzione di problemi in situazioni concrete di vita. 
La valutazione autentica o alternativa si fonda quindi anche sulla convinzione che l'apprendimento scolastico non si dimostra con l'accumulo di nozioni, ma con la capacità di generalizzare, di trasferire e di utilizzare la conoscenza acquisita a contesti reali. Per questo nella valutazione autentica le prove sono preparate in modo da richiedere agli studenti di utilizzare processi di pensiero più complesso, più impegnativo e più elevato
La valutazione è autentica quando analizziamo la prestazione di uno studente in compiti intellettuali significativi e reali Per questo c'è bisogno di progettare prove autentiche, in grado di mettere lo studente in condizione di dimostrare quello che sa fare con quello che sa.

Nella valutazione autentica:
-La scuola deve costruire un curriculo per far maturare negli studenti le competenze necessarie allo svolgimento di compiti reali.
-Gli studenti devono sapere svolgere compiti significativi in contesti reali.
-I docenti fissano le prestazioni che gli studenti dovranno effettuare per dimostrare le loro capacità e su questa base si costruisce il curriculo, che diventa mezzo per lo sviluppo della competenza richiesta per assolvere ad un compito.

Un sistema di valutazione assume significato quando:

a) porta al successo delle proposte significative;
b) fornisce informazioni chiare e utilizzabili ai destinatari;
c) fornisce direzioni chiare per aumentare la qualità dell'apprendimento e dell'istruzione.

La valutazione è significativa quando:
a) gli studenti comprendono le procedure della valutazione;
b) gli studenti investono tempo ed energie per valutare i loro processi di lavoro;
c) gli studenti si appropriano della valutazione di qualità e quantità dei propri lavori;
d) gli studenti vogliono mostrare i loro lavori e parlare di essi con altri.

La valutazione fornisce direzione all'apprendimento quando:
a) permette di comprendere e correggere l'errore;
b) permette di colmare le distanze che vengono rilevate negli apprendimenti;
c) permette di avanzare al livello successivo di conoscenza e abilità.
 

Grant Wiggins (1950))

  • I docenti fissano le prestazioni che gli studenti dovranno effettuare per dimostrare le loro capacità e su questa base si costruisce il curriculo, che diventa mezzo per lo sviluppo della competenza richiesta per assolvere ad un comp

La scuola di Barbiana è un'esperienza educativa avviata da don Lorenzo Milani negli anni cinquanta. La scuola sconcertò e stimolò il dibattito pedagogico degli anni sessanta


Don Lorenzo Milani (1923-1967), nel pieno delle istanze espresse dal Vaticano II, con “Lettera a una professoressa” dato alle stampe nel giugno del ’67 accusò frontalmente la scuola pubblica, classista e discriminatoria, e propose una forma di istruzione alternativa che cercasse di essere, realmente, “di tutti”. Il parroco di Barbiana seppe correttamente individuare nella scuola un carattere selettivo (anche nell’uso distorto della valutazione, nell’alveo di una critica serrata ad una scuola selettiva che si dichiarava democratica “in entrata”, ma che risultava selettiva e discriminatoria “in uscita”), e un ruolo parziale, spesso elitario; da qui, le proposte alternative per una scuola senza “bocciature”, con un’introduzione flessibile del tempo pieno, e soprattutto che fosse in gradi di fornire una prospettiva ai ragazzi, che partecipano attivamente al percorso formativo.

 

 

 

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
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Don Lorenzo  Milani
 Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali
Il vero educatore è colui che confida nelle capacità creative,
nelle possibilità ancora inespresse e latenti negli individui

L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna

Lettera a una professoressa – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi

Una scuola che:
- non contempli più la tragica separazione tra lavoro intellettuale e manuale
, come se l’uomo fosse fatto di sola mente o di solo sapere da un lato, di sola prassi o abilità tecnica dall’altro.
- la cultura non sia  sterile esibizionismo e ornamento, gergo riservato a pochi specialisti, ma indispensabile caratterizzazione qualitativa ed elemento di crescita delle persone.
-non indottrini, ma contribuisca a formare uomini liberi
 e autonomi, in grado un giorno di prenderne le distanze criticamente, sino a deriderla.
-denunzi e smascheri la violenza
 contro il mondo ingiusto e per l’affermazione della dignità di tutti.
- alimenti la speranza di tutti e colga e valorizzi le differenze culturali.


Passi tratti da  Lettera a una professoressa 

Cara signora,
lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete»... La nostra è una 
scuola privata… D’inverno stiamo un po’ stretti, ma da aprile ad ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca… Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana. Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane… Qualcuno viene da molto lontano, per esempio Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare. Il più piccolo di noi ha 11 anni il più grande 18… l’orario è dalle otto del mattino alle sette e mezzo di sera… Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco… i giorni di scuola sono 365 all’anno, 366 negli anni bisestili… abbiamo ventitré maestri, escluso i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli minori di loro. “La scuola di Barbiana era dura, però il priore la faceva molto semplicemente; non ti creava quel peso della scuola. Per me la scuola a Barbiana è stata un divertimento: avevo sempre voglia di imparare anche se durava dodici ore; non ci stancava, cambiavamo argomenti e si riusciva sempre a cogliere i punti più belli in ogni particolare tema. Si andava in profondità. Lui ti dava la voglia di conoscere questo tema fino in fondo. E poi il bello della scuola di Barbiana era quello che il tema se non lo si imparava tutti la scuola non andava avanti Prima di venirci né noi né i nostri genitori sapevamo cosa fosse la scuola di Barbiana. Quel che pensavamo noi non siamo venuti tutti per lo stesso motivo. Per noi barbianesi la cosa era semplice: La mattina andavamo alle elementari e la sera ci toccava andare nei campi. Invidiavamo i nostri fratelli più grandi che passavano la giornata a scuola dispensati da quasi tutti i lavori. Noi sempre soli, loro sempre in compagnia. A noi ragazzi ci piace fare quel che fanno gli altri. Se tutti sono a giocare, giocare, qui dove tutti sono a studiare, studiare. Per quelli delle altre parrocchie i motivi sono stati diversi: Cinque siamo venuti controvoglia (Arnaldo addirittura per castigo). All'estremo opposto due abbiamo dovuto convincere i nostri genitori che non volevano mandarci (eravamo rimasti disgustati dalle nostre scuole). La maggioranza invece siamo venuti d'accordo coi genitori. Cinque attratti da materie scolastiche insignificanti: lo sci o il nuoto oppure solo per imitare un amico che ci veniva. Gli altri otto perché eravamo davanti a una scelta obbligata: o scuola o lavoro. Abbiamo scelto la scuola per lavorare meno.
Comunque nessuno aveva fatto il calcolo di prendere un 
diploma per guadagnare domani più soldi o fare meno fatica. Un pensiero simile non ci veniva spontaneo. Se in qualcuno c'era, era per influenza dei genitori… A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c'è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l'anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo accontentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola. Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiarne di nuove più appassionanti. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé… Prima l'italiano perché sennò non si riesce a imparar nemmeno le lingue straniere. Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre

 

Don Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti(1923-1967))


Gli insegnanti devono amare con curiosità antropologica quella tribù di alunni che ogni mattina si trovano di fronte



Pseudonimo di Daniel Pennacchioni, Daniel
Pennac da bambino è un pessimo allievo. Classe 1944, grazie al suo amore per la lettura e la scrittura si laurea in lettere all’Università di Nizza,
e a partire dal 1970 inizia la sua attività di insegnante che lo appassiona.

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Daniel Pennac
Insegnare è… passione per l'ignoranza

Ho sempre avuto passione per l’ignoranza, e ho sempre pensato che fosse un problema intellettualmente stimolante... ma i miei professori non si sono mai appassionati alla mia! Secondo me diventare insegnante vuol dire proprio questo: appassionarsi all’ignoranza, trovare in essa la radice della creatività, della conoscenza, a qualsiasi età. Mia figlia, quando mi vede maldestro al pc, sa che per insegnarmi a usarlo deve avere molta, moltissima passione pedagogica nei mie confronti...Ogni studente suona il suo strumento, non c'è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l'armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un'orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all'insieme. Siccome il piacere dell'armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica...Ma che cos’è in realtà l’ignoranza? Semplicemente un altro tipo di conoscenza. Un giorno, all’inizio della mia carriera di insegnante, ho chiesto a un ragazzo di parlarmi della proposizione subordinata relativa. Mi ha risposto: “Questo non lo so, ma posso smontare e rimontare un motorino in meno di dieci minuti”. Ho poi scoperto che viveva così, rubando motorini. Allora abbiamo fatto un patto: la meccanica in cambio della grammatica. Perché se insegni a questo ragazzo che quella che chiamiamo grammatica è la strutturazione del suo pensiero, si appassiona immediatamente. Oppure prendiamo i modi del verbo. Nel film La classe (Palma d’oro a Cannes nel 2008) un professore dice del congiuntivo: “È così che si parlava un tempo”. Da fucilare immediatamente. Perché anche se pensano di vivere all’imperativo, anche se si esprimono solo all’imperativo, gli adolescenti sono paralizzati dal dubbio. Il congiuntivo è il modo verbale dell’adolescenza per eccellenza: è importante che sappiano che esiste un modo che sembra fatto apposta per loro, per esprimere l’indecisione, la crisi, il passaggio da uno stato all’altro...

Ero negato a scuola e non era mai stato altro che questo. Il tempo sarebbe passato, certo, e poi la crescita, certo, e i casi delle vita, certo, ma io avrei attraversato l‘esistenza senza giungere ad alcun risultato. Era ben più di una certezza, ero io. Di ciò alcuni bambini si convincono molto presto e se non trovano nessuno che li faccia ricredere, siccome non si può vivere senza passione, in mancanza di meglio sviluppano la passione del fallimento... quando divenni insegnante la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare... Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti.. Oggi abbiamo bisogno di insegnati che cerchino di comprendere le paure di un adolescente, prima ancora d´insegnargli qualcosa. È questa la funzione del pedagogo. Quando insegnavo, cercavo sempre di capire i timori dei miei studenti, proprio perché nella mia infanzia scolastica la paura - di sbagliare, di non farcela, di non essere all´altezza - ha svolto un ruolo capitale. E per non far paura agli allievi, dobbiamo evitare di presentarci come guardiani del tempio, provando invece a trasmettere loro la felicità che proviamo quando frequentiamo i libri. La lettura a voce alta è uno dei modi che consente di trasmettere questo sentimento di felicità, come pure la sensazione di liberazione che essa procura...  Esistono due modi distinti di relazionarsi con la cultura. Alcune persone, che chiameremo i “guardiani del tempio”, pensano che il proprio bagaglio culturale costituisca una proprietà privata, da condividere unicamente con una cerchia ristretta di persone e considerata sacra al punto da decidere di escludere chi non ne reputano degno. Altre, i passeur  (coloro che sono capaci di trasmettere la cultura agli altri), si vedono invece come vettori di cultura. Non si tratta di un principio etico, ma piuttosto di una questione di mentalità, di atteggiamento...  È una questione complessa: essere passeur non è una vera e propria professione. In ambito culturale il vero passeur è la sfera affettiva. Il flusso della cultura scorre allora grazie al flusso della sfera affettiva: ti do da leggere quello che leggo io perché siamo amici... l'insegnate non deve necessariamente sedurre . Nel corso degli anni, facendo tesoro anche dei miei errori, ho messo a punto delle tecniche che si possono replicare. Prendiamo l’appello, che per la maggior parte degli insegnanti non è che una formalità amministrativa eseguita senza neppure sollevare lo sguardo dal registro. Uno sguardo che invece può servire a creare una relazione personale con ogni studente, può essere il pretesto per un breve momento di complicità. Sembra una cosa da nulla, ma dà il tono a tutta la giornata, è il diapason che dà il la all’orchestra.C’è un’indicazione fondamentale per capire la differenza tra un “buon” professore e uno “cattivo”: è buono quello che riesce a calarsi davvero nella classe. E poi è necessario sfatare certe idee: il dettato, la valutazione, lo studio a memoria sono cose che possono essere valide o dannose a seconda di come vengono proposte

Daniel  Pennac ((1944)


I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Alberto Manzi
"Educare a pensare"

Alberto Manzi è stato un docentepedagogistapersonaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per aver condotto la fortunata trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1960 e il 1968, il cui successo fu tale che, successivamente, venne riprodotta all'estero in ben 72 Paesi

Nel 1986, per la RAI-TV DSE (Dipartimento Scuola Educazione), Manzi è autore e regista di “Educare a pensare”, un ciclo di “13 puntate rivolte agli insegnanti di scuola elementare e che avevano lo scopo di rinnovare la didattica. Erano trasmissioni dove, con un gruppo di bambini, affrontavo determinati problemi e alla fine riflettevo sull’esperienza fatta”. Sintesi del pensiero pedagogico di Manzi è infatti “pensare sulle cose e fare sulle cose”, “educare a pensare significa anche cercare di conoscere e di capire quel che il discente sa già, ossia come, attraverso esperienze, osservazioni, è andato costruendo un sapere che modificherà in continuazione, ma che rimane punto di partenza per ogni nuova conoscenza”. Educare a pensare per Manzi è un titolo importante.
La frase di Immanuel Kant: “Il maestro non può insegnare pensieri, ma deve insegnare a pensare” ritorna spesso nei suoi scritti e nelle sue elaborazioni teoriche. La  didattica deve procedere da una parte sui binari di un metodo scientifico che prevede ordine e applicazione rigorosa, dall’altra su una creatività nei modi con cui viene impostato e affrontato un argomento, che contraddice i canoni consueti della didattica, utilizza modalità ludiche, dialogiche, aperte al pensiero divergente. La didattica è una performance che l’insegnante “mette in scena” sulla base di artifici comunicativi e di un oggetto da rappresentare... invito gli insegnanti a fare della propria didattica non un ‘fatto privato’, ma un campo di documentazione assidua e rigorosa, di comunicazione con altri con cui si condivide un comune campo d’esperienza.

Alberto Manzi (1924/1997)


 

E' necessario evitare l’errore degli Antichi che consumavano tutto il tempo dell’Istruzione... in uno studio smodato..., trascurando tutte quelle del fine cosicché i giovani, tornati alle loro case, abbandonavano interamente gli studi.

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Vincenzo Cuoco
La scuola non è chiamata a formare un libro, ma un uomo, per cui non dovrà coltivare la dimensione passiva e ricettiva del discente, bensì quella attiva e creativa

Nel 1809, il Re di Napoli Gioacchino Murat chiama Vincenzo Cuoco a far parte della Commissione per la riforma della Pubblica Istruzione del Regno. Il Rapporto che Cuoco alcuni mesi dopo consegna al sovrano contiene un progetto di riforma avanzatissimo per i tempi e ancor oggi originale e valido. La fede nella vita come progresso storico, sorretta da una concezione provvidenziale della storia stessa, finalizzata al miglioramento dell’umanità, rappresentano il presupposto di base che porta Cuoco a progettare una scuola Universale, Pubblica e Uniforme. Alla luce di questi presupposti, quella del nostro autore può essere definita una “pedagogia politica”, che individua nell’istruzione del cittadino l’unico mezzo per una vera crescita etica della società. In questa visione, pedagogia e politica, patrimonio eidetico e istruzione si congiungono fino a diventare due facce della stessa medaglia che si integrano continuamente nell’esperienza storica e civile.

Tre sono i canoni che il Cuoco pone alla base del sistema educativo. L’istruzione dovrà essere universale, pubblica ed uniforme.

In quanto universale, l’istruzione dovrà comprendere tutte le scienze e tutte le arti.
“Il fine del sapere è l’agire. Se le scienze non ci servono nei più piccoli usi della vita, se non sono strettamente unite alle arti, o diventano quelle gloriosamente inutili, o rimangono queste imperfette.
 Non a caso - conclude l’autore -una di quelle caratteristiche dei secoli barbari è quella di non esservi alcun rapporto tra le scienze e le arti

In quanto pubblica, l’istruzione dovrà essere rivolta a tutto il popolo. Ciò non significa, per Cuoco, che si dovrà dare un’istruzione uguale per tutti.
È necessario che vi sia un’istruzione per tutti, una per molti, una per pochi” .Nel primo grado tutti debbono esser messi in condizione di trarre tesoro dai sapienti, nel secondo si deve creare un “ponte” tra l’istruzione di base minimale per tutti e il gradino dei sapienti, il terzo grado “è destinato a conservare e promuovere le scienze, le quali, siccome abbiamo detto, non si perfezionano se non da persone addette solamente ad esse.

In quanto uniforme, l’istruzione sarà veicolata da una scuola “una” negli ordinamenti e nei programmi. L’uniformità appare qui come condizione d’efficienza dell’intero sistema, sia in relazione ai contenuti, sia in relazione ai metodi.

Vincenzo Cuoco (1770/1823)

 


LETTERA AI BAMBINI:

E’ difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi,
che si credono liberi.

 

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Gianni Rodari
Educare i bambini alla creatività

Rodari oltre ad essere scrittore e poeta per bambini è stato maestro elementare, giornalista ,  direttore del “Pioniere” e del “Giornale dei Genitori”,  pedagogo. E' stata una figura poliedrica che anche attraverso versi e filastrocche ha richiamato l’attenzione a temi sociali di grande importanza.
Il pilastro della pedagogia rodariana è il valore della 
creatività nel processo di apprendimento, Rodari rivolge infatti esplicitamente le pagine della Grammatica della fantasia

...A chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.”... Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un grande scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirla... La mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni... Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere... Gli errori sono necessari, utili come il pane, e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa... Sbagliando s’impara, è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s’inventa ... E' necessario comprendere e chiedersi: Quanto pesa una lacrima di un bambino? Dipende: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra... mi chiedo, vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?

Gianni Rodari (1920/1980)


I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
 

Helen Parkhurst e il Piano Dalton
La personalizzazione  dell’insegnamento

 

Sono del parere che l'influenza della conversazione di un insegnante con un singolo bambino su un qualsiasi argomento è molto più efficace di quello che verrebbe detto in una lezione di classe.
Quelli fra noi che sono più anziani spesso  sentono sermoni o lezioni che ci ispirano, e se abbiamo il privilegio di discuterne con colui che ce ne ha parlato, l'effetto è molto più enfatico e permanente. Ma quante lezioni di classe i bambini devono seguire noiose e inutili e quante altre durante le quali non sono sufficientemente interessati a fare una domanda? Se invece siamo capaci di personalizzare l'insegnamento gli alunni conseguiranno i migliori risultati...

 

Il Piano Dalton prende il nome dalla città del Massachussets nella cui scuola secondaria è stato applicato a partire dal 1919. La sua ideatrice, Helen Parkhurst (1887-1973) aveva cominciato giovanissima, nel 1909, come insegnante elementare in una scuola di Tacoma (Washington), nella quale aveva applicato una prima versione del suo metodo, chiamato allora Piano di Laboratorio. Le sei classi elementari erano state trasformate in laboratori corrispondenti alle principali materia, che i bambini frequentavano con libertà, secondo le esigenze poste dai compiti assegnati dall’insegnante. Nel 1914 viene in Italia per studiare il metodo Montessori. L’anno seguente diventa assistente di Maria Montessori durante l’Esposizione Internazionale di San Francisco, durante la quale viene creata una scuola campione per illustrare ai visitatori i nuovi metodi pedagogici. Il Piano Dalton, pensato per studenti dai nove anni in poi, non è fondato su una visione pedagogica, ma sull’intuizione dell’importanza della libertà e dell’autonomia dello studente e al tempo stesso della collaborazione, due principi che sono fondamentali tanto per consentirgli un apprendimento reale e fondato sull’esperienza, quanto perché possa prepararsi alla vita sociale. ... e importante che l'alunno  diventi protagonista del proprio percorso di apprendimento lavorando insieme ad altri. Questa impostazione richiede una diversa strutturazione dello spazio scolastico. Gli studenti non sono chiusi nelle classi, ma si spostano per visitare diversi laboratori, uno per ogni disciplina, nei quali trovano uno specialista in quella disciplina pronto ad aiutarli nello studio. L’orario diventa flessibile... progressi dello studente vengono registrati in un grafico periodico. Un compito delicato dell’insegnante è quello di dare agli studenti le assegnazioni, ossia i compiti che gli studenti devono portare a termine con la loro ricerca autonoma. Una assegnazione non deve comprende solo l’argomento generale, ma anche l’indicazione dei singoli punti da approfondire e della bibliografia da impiegare... le assegnazioni vengono graduate in modo da adattarli alle capacità degli studenti. Ci sono un livello base, per gli studenti ritenuti meno capaci, che comprende solo gli apprendimenti essenziali, uno medio per gli studenti di capacità comuni ed uno avanzato per gli studenti più capaci.

Helen Parkhurst (1887/1973)



 


I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Célestin Freinet
La scuola non per un’élite, ma per tutti

Non separiamo  la Scuola dalla vita... è neccessario superare la barriera che divide la scuola dalla vita reale... proponiamo attività collettive e apprendimenti individuali... motiviamo attraverso la proposizione di compiti capaci di mobilitare l’interesse e l’energia degli alunni...non si può pensare di lasciare gli alunni in difficoltà ai margini, con il pretesto che la loro partecipazione al compito comprometterebbe la qualità del risultato. E' necessario permettere a ciascuno di progredire in occasione di quando si fanno attività collettive (ndr. il sistema dei brevetti)... Il maestro è sempre attento a restaurare  l’equilibrio... concependo situazioni stimolanti che permettano di incontrare ostacoli grazie ai quali si dovrà imparare (ndr. l'obiettivo ostacolo)... partendo dall'organizzazione della classe. Il problema del rendimento in materia di insegnamento è legato a quello dell’attrezzatura scolastica. La modernizzazione di questa attrezzatura comanda dunque, in certa misura, ogni miglioramento del rendimento del nostro sistema educativo (ndr. Freinet sogna lavagne mobili, sedie pieghevoli, biblioteche fanciullesche, vetrine, acquari, telai per tessere, nonché piccoli laboratori facenti capo alla sala comune, senza porte, nei quali gli scolari possano installarsi a loro talento. Ma si tratta di un sogno lontano dalla realtà. Allora, Freinet, molto semplicemente, per meglio trovarsi al livello del ragazzo, per meglio vivere il suo pensiero e partecipare alle sue emozioni, compie un atto che resterà simbolico: toglie di mezzo la predella che gli conferiva un inutile prestigio e colloca la cattedra a livello del pavimento, contro i banchi dei suoi monelli.)

Célestin Freinet (1896/1966)

La storia del cavallo che non aveva sete
FREINET C., I detti di Matteo
puoi portare il cavallo alla fonte e fischiare quanto vuoi, ma se il cavallo non vuole bere, non beve

Un giovane cittadino voleva rendersi utile nella fattoria dove era ospite e decise di portare il cavallo all’abbeveratoio. Ma il cavallo si rifiutava e voleva condurre il cittadino verso il prato. "Ma da quando in qua i cavalli comandano? Tu verrai a bere, te lo dico io!" e lo tira per la briglia e lo spinge malamente. La bestia avanza verso l’abbeveratoio. "Forse ha paura -pensa il giovanotto- se l’accarezzassi...? Bevi ! Prendi..."Nulla da fare e il giovane urla : "Tu bestiaccia berrai " Il cavallo storce il muso e nitrisce, soffia, ma non beve. Arriva il contadino Matteo e gli dice : "Tu credi che un cavallo si tratti così. Ma lui è meno bestia di qualche uomo, lo sai? Tu puoi ucciderlo, ma lui non berrà. Tempo perduto, povero te!" "Come fare allora?"Si vede bene che non sei un contadino. Non hai capito che il cavallo non ha sete nelle ore mattutine e ha invece bisogno del’erba medica. Lascialo mangiare a sazietà e dopo avrà sete. Allora lo vedrai galoppare verso l’abbeveratoio. Non aspetterà che tu gli dia il permesso. Non si può cambiare l’ordine delle cose: se si vuol far bere chi non ha sete si sbaglia."Educatori, siete al bivio. Non ostinatevi nell’errore di una "pedagogia del cavallo che non ha sete", ma orientatevi coraggiosamente e saggiamente verso "la pedagogia del cavallo che galoppa verso l’erba medica e l’abbeveratoio. 

Dai Programmi didattici del 1955 : Lo scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia ed il gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita


Curiosità
La formula popperiana che esprime lo sviluppo della conoscenza è: 

P1 - TT - EE - P2

La crescita della conoscenza  non deriva da un accumulo di osservazioni, ma si presenta come uno sviluppo che scaturisce da un problema (P1). Ad esso si tende di dare una soluzione mediante dei tentativi teorici (TT), i quali vanno corretti, soprattutto mediante la discussione critica, cercando di eleminare gli errori (EE), cosa che non porta alla teoria vera bensì al sorgere di nuovi problemi (P2)

I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Karl Raimund Popper
Apprendimento per problemi e potere educativo dell’errore

 

Tutta la nostra conoscenza rimane fallibile, congetturale. La scienza è fallibile perché la scienza è umana......  Evitare l’errore è un ideale meschino; se ci confrontiamo con problemi difficili, è facile che sbaglieremo; problemi difficili, è facile che sbaglieremo; l’importante è apprendere dai nostri errori. L’errore individuato ed eliminato costituisce il debole segnale rosso che ci permette di venire fuori dalla caverna della nostra ignoranza... tutti gli organismi viventi utilizzano il metodo del tentativo e dell’errore quando adattano il loro comportamento al cambiamento della situazione...  l’essere umano e l’animale hanno un diverso atteggiamento nei riguardi delle soluzioni sbagliate: l’uomo impara dai propri errori, l’animale ne rimane vittima. tutti gli organismi viventi utilizzano il metodo del tentativo e dell’errore, quando adattano il loro comportamento al cambiamento della situazione... l’essere umano e l’animale hanno un diverso atteggiamento nei riguardi delle soluzioni sbagliate: l’uomo impara dai propri errori, l’animale ne rimane vittima...

Einstein e l’ameba... procedono alla stessa maniera e cioè per prove ed errori, ma sono guidati nelle loro azioni da una diversa logica: Einstein cerca i propri errori, impara dalla loro scoperta ed eliminazione e grazie ad essi si assicura la sopravvivenza, l’ameba muore con le sue soluzioni sbagliate

Sognavo di poter un giorno fondare una scuola in cui si potesse apprendere senza annoiarsi, e si fosse stimolati ma porre dei problemi e a discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande non poste; in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami.

Karl Raimund Popper (1902/1994)




I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Joseph D. Novak
mappa concettuali ed apprendimento significativo
 

L’apprendimento significativo si verifica quando chi apprende decide di mettere in relazione delle nuove informazioni con le conoscenze che già possiede. La qualità di questo apprendimento dipende anche dalla ricchezza concettuale del nuovo materiale che deve essere imparato. L’apprendimento meccanico avviene invece quando chi apprende memorizza le nuove informazioni senza collegarle alle conoscenze precedenti, o quando il materiale da studiare non ha alcuna relazione con tali conoscenze. L’apprendimento puramente meccanico e quello altamente significativo rappresentano i due estremi di un continuum… L’insegnamento è un’attività complessa… L’apprendimento significativo richiede: 1. conoscenze precedenti: l’alunno deve possedere già delle informazioni da mettere in relazione a quelle nuove, perché possano essere apprese in maniera approfondita; 2. materiale significativo: le conoscenze da apprendere devono essere rilevanti in rapporto ad altre e devono contenere concetti e proposizioni significativi; 3. che l’alunno scelga di procedere in modo significativo, ovvero deve decidere consapevolmente di mettere in relazione, in modo non superficiale, le nuove conoscenze con quelle già in suo possesso…. La conoscenza…è un insieme ben organizzato di concetti e di proposizioni. Per un insegnamento efficace, questo insieme deve includere la conoscenza dei contenuti da apprendere, la conoscenza di contesti d’apprendimento alternativi (anche nei limiti di ..una classe, di una scuola scarsamente forniti), la conoscenza di come le persone apprendono e la conoscenza di possibili valutazioni alternative e di altre strategie educative che possono facilitare l’apprendimento significativo, prendendo atto delle limitazioni che gli studenti e il contesto di apprendimento possono avere… A scuola, al lavoro e in qualsiasi ambiente di apprendimento in cui sia presente un insegnante il mondo dell'alunno e quello dell'insegnante non è mai lo stesso… Durante i primi anni Settanta, la mia équipe si trovò ad affrontare il problema di documentare ciò che i bambini conoscevano in un determinato campo prima e dopo l'insegnamento. Provai ogni forma possibile di test carta e matita e scoprii che questo tipo di prova non riusciva a rappresentare in modo adeguato le reali conoscenze dei bambini. Intervistandoli sulla scelta delle loro risposte, dimostrai che molti sceglievano le risposte giuste per i motivi sbagliati e che la maggior parte di essi sapeva di più o di meno riguardo alla materia di quanto indicassero le risposte alle domande del test. Decidemmo allora di utilizzare quasi esclusivamente le interviste guidate, riferendoci al lavoro di Jean Piaget, e raccogliendo un numero enorme di di nastri registrati [...]. Era estremamente difficile riuscire ad analizzare questi nastri e a individuare dei modelli o delle costanti che ci aiutassero a comprendere come e perchè i bambini riuscivano a imparare o fallivano nella nuova materia.Riferendoci alla teoria dell'apprendimento significativo di Ausubel (1963; 1968), decidemmo di esaminare le interviste trascritte per ricercare le parole/concetti e le proposizioni fornite dagli studenti che avrebbero potuto indicarci le conoscenze precedenti e successive all'insegnamento... dopo aver sperimentato vari modi di organizzare le parole/concetti e le proposizioni, il mio gruppo di ricerca escogitò l'idea della costruzione delle <<mappe concettuali>>… Scoprimmo quindi che le mappe concettuali erano un valido sistema per aiutare i docenti a organizzare le conoscenze per l'insegnamento, e un buon metodo per gli studenti per scoprire i concetti chiave e i principi contenuti nelle lezioni, nelle letture o in altro materiale didattico. Inoltre, a mano a mano che gli studenti acquisivano abilità ed esperienza nella costruzione delle mappe concettuali, essi iniziavano ad accorgersi che stavano imparando come imparare. [...] Le nostre ricerche e studi recenti effettuati da molti altri ricercatori in ogni parte del mondo hanno dimostrato che i bambini più piccoli sono capaci di imparare velocemente come costruire buone mappe concettuali, e che invece gli studenti delle scuole secondarie o delle università incontrano spesso delle difficoltà, in parte come conseguenza di un'abitudine pluriennale allo studio meccanico.

 

Joseph D. Novak (1932)

 


I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
Michel de Montaigne
È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena

“La maggiore e più grave difficoltà della scienza umana par che s’incontri proprio là dove si tratta della educazione e della istruzione dei fanciulli... "[Secondo la nostra consuetudine] il compito dell'educazione consiste nel dire agli altri ciò che ci è stato detto. Vorrei che ogni precettore correggesse questo metodo e che, sin dall'inizio, secondo le reali possibilità dell'allievo affidatogli, cominciasse a metterlo alla prova facendogli apprezzare da solo le cose, inducendolo a sceglierle e a discernerle autonomamente, ora aprendogli la via, ora lasciando che se la apra da solo. Non vorrei che il precettore parlasse soltanto lui ma che, a sua volta, ascoltasse il discepolo. Socrate, e dopo di lui Arcesilao, avevano l'abitudine di far parlare prima i discepoli e solo dopo parlare loro. «L'autorità dei maestri - diceva Cicerone - nuoce spesso a coloro che vogliono imparare."

Michel de Montaigne (1533-1592)


I grandi Pedagogisti attraverso i loro scritti
John Dewey
 

"Forse il maggiore degli errori pedagogici è il credere che un individuo impari soltanto quel dato particolare che studia in quel momento. L'apprendimento collaterale, la formazione di attitudini durature o di ripulsioni, può essere e spesso è molto più importante. Codeste attitudini sono difatti quel che conta veramente nel futuro. L'attitudine che più importa sia acquisita è il desiderio di apprendere. Se l'impulso in questa direzione viene indebolito anziché rafforzato, ci troviamo di fronte ad un fatto molto più grave che a un semplice difetto di preparazione ... Che beneficio c'è ad accumulare... notizie di geografia e di storia, ad apprendere a leggere ed a scrivere, se con questo l'individuo perde il desiderio di applicare ciò che ha appreso e, soprattutto, se ha perduto la capacità di estrarre il significato delle esperienze future in cui via, via si imbatterà? … Il solo possibile adattamento che possiamo dare al fanciullo nelle condizioni esistenti è quello che deriva dal porlo in possesso completo di tutte le sue facoltà. Con l'avvento della democrazia e delle moderne condizioni industriali è impossibile predire con precisione come sarà la civiltà di qui a vent'anni. È perciò impossibile preparare il fanciullo ad un ordine preciso di condizioni. Prepararlo alla vita futura significa dargli la padronanza di se stesso ...".

John Dewey(1859-1952)

 

 



Montessori - Steiner
metodi a confronto

Questi due personaggi, praticamente contemporanei, hanno lasciato un’impronta importante nel campo della pedagogia. I loro metodi vengono spesso contrapposti, discussi, fraintesi... continua a leggere

Fonte web: lacasanellaprateria